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La lettura nasceva dalla curiosità di fare un confronto con la (purtroppo tagliata dalla produzione e, temo, irrecuperabile nella versione originale) trasposizione cinematografica di Kurosawa Akira, quindi partirò da questo confronto per costruire la mia riflessione (breve, perché mi imbarazza cercare di recensire un Classico della Letteratura). In sostanza, Kurosawa trasporterà con una fedeltà il Romanzo, cosa sorprendente visto il cambio di ambientazione (dalla Russia ottocentesca al Giappone post-seconda guerra mondiale), la necessità di condensare il corposo materiale in un film (seppur lungo) e i tagli imposti dalla produzione. Resterà inoltre intatto il fulcro tematico del Libro, ovvero il ritratto di una persona la cui bontà totale non può non tradursi in una profonda, scandalosa ingenuità. Il Film di Kurosawa metterà inoltre in luce il carattere benevolo del Protagonista, chiudendosi con un Finale amaro ma dolce, mentre il Romanzo si chiude non dico in cinismo (credo che Dostoevskij fosse avverso a questo atteggiamento) ma sicuramente in pessimismo, anche polemico. Si metterà inoltre in luce la natura di vittima di Nastàs'ja Filìppovna/Taeko Nasu, mentre si stempererà il lato più crudele di Agláya Ivánovna/Ayako.
Comunque, Dostoevskij conferma di essere una lettura, nonostante la sua fama di "mattone", decisamente molto scorrevole: solo i nomi dei personaggi, a volte, appesantisce un po' il tutto e, se si tende ad alternare più letture "insieme" (come faccio io, probabilmente per follia, forse per arroganza pseudo-intellettuale, magari per ingenuo entusiasmo), questo può rendere difficile riavvolgere il filo del discorso, ma bastano sempre poche pagine per tornare a re-immergersi nel ricco mondo di personaggi tanto "normali" quanto "inusuali", nei discorsi complessi ma scorrevolissimi e nelle azioni al contempo banali e avventurose che si sviluppano.
E con questa chiusura infantile termina la mia "recensione".
Il Regista di Memento, co-sceneggiatore insieme al fratello Jonathan, apporterà diverse modifiche alla narrazione, la più vistosa delle quali è l'assenza di una cornice narrativa in cui due eredi, rispettivamente, di Borden e Angier si ritroveranno per cercare di svelare il mistero di un evento della loro infanzia e, per farlo, leggeranno i diari dei loro antenati.
Ulteriori differenze riguardano elementi specifici dei due differenti "prestigi" (soprattutto quello di Angier presenta una forte divergenza, con un effetto più "spettrale" nel Libro e più inquietante nel Film) e i motivi alla base della rivalità tra i due prestigiatori: nella narrazione di Borden ho quasi avuto l'impressione che le personalità dei due protagonisti vengano per certi versi scambiate nel Film, con Borden che da "tradizionalista" della prestigiazione nell'Opera di Priest diventa un "provocatore" in quella di Nolan e, viceversa, Angier che, da "provocatore" (e persino spiritista, in una parentesi professionale) nel Romanzo si "converte" a "istituzionale" nel Film.
Altro elemento di smarcamento tra Romanzo e Film si trova nella struttura, perché il primo è costruito "à la Rashomon", con prima la narrazione secondo il punto di vista di Borden e poi secondo quello di Angier, mentre il Film monterà in parallelo i due sguardi, però questa a mio avviso è una differenza quasi inevitabile considerando le specificità della Letteratura e del Cinema.
Comunque, va detto che le differenze "narrative" tra i due Lavori non si traduce in uno snaturamento del materiale letterario nel mezzo cinematografico ma, e questo prova l'autorialità (seppur altalenante nell'effettiva qualità filmografica), di Nolan, che di fatto riuscirà, nel suo Film, a rielaborare il materiale di Priest assorbendolo completamente nella propria Poetica, ottenendo come risultato uno dei suoi Lavori in assoluto migliori insieme a Memento. Inoltre, bene o male, a parte per l'epilogo la soluzione del duplice "enigma" resta sostanzialmente invariato, così come la scelta di svelare entrambi i misteri soltanto sul finale, seppur seminando indizi qua e là, anche e soprattutto nel "non detto".
Tornando all'Opera di Priest, ho apprezzato moltissimo la scelta di "interpretare" i due protagonisti costruendo i due diari su due stili totalmente differenti, auto-conflittuale da un capitolo all'altro per quanto riguarda il resoconto di Borden, meticoloso se non addirittura "pitimo" (ma con chiusura "a sorpresa") per quel che riguarda la storia di Angier. Va sottolineato che anche i capitoli incentrati sui personaggi eredi dei due illusionisti presentano una caratterizzazione unica: l'erede di Borden sembra che stia avendo un monologo interiore, quella di Angier entra, come intermezzo tra i due antenati, nel vivo di un discorso rivolto direttamente all'altro, per poi trasformarsi in narrazione in terza persona nella chiusura.
A livello tematico, Priest fa sentire molto bene il Tema della rivalità sviscerandone l'inutilità e l'auto-dannosità, sia in passaggi impliciti sia in discorsi espliciti. Si respira anche, o almeno io l'ho respirata ("faziosamente"), una critica alla competizione: interessante è notare come, tanto Borden quanto Angier, esprimano una visione molto positiva dei rapporti che stringono con gli individui con cui collaborano (professionalmente, ma anche sentimentalmente), mettendo in luce l'aspetto cooperativistico del mondo dell'illusionismo. Per contrasto, la loro rivalità porta, come accadrà anche nel Film, a compromettere i risultati di entrambi i personaggi, danneggiando anche l'impatto col pubblico (un altro aspetto affrontato nel Romanzo è proprio la questione del pubblico). Rilievo particolare viene dato anche alle questioni economiche, con Angier che, nel suo diario, arriva arriva ad annotare alcuni incassi annuali dei suoi spettacoli.
Chiudendo, The Prestige si è rivelato un Romanzo molto avvincente, complementare all'altrettanto riuscito Film, e quindi mi auguro in futuro di poterlo rileggere in inglese.
Anche perché la traduzione presentava diversi refusi.
Ispirazione per i film omonimi di Edmund Goulding (uscito nel 1947, l'anno dopo quello di pubblicazione del Romanzo) e di Guillermo del Toro (del 2021).
Tra i due adattamenti, quello di del Toro è decisamente il più fedele, soprattutto nell'epilogo, ma in entrambi, pur respirandosi una certa critica allo sfruttamento insito nel sistema capitalista, si evita di entrare troppo esplicitamente nel politico e, soprattutto, nel religioso: infatti, nel Libro, Stan decide di trasformare le sue inclinazioni da "mentalista" in una chiave spiritualista con tanto di titolo di reverendo. Dal film del 1947, post-seconda guerra mondiale, questa mitizzazione del contenuto politico me lo aspettavo, ma non da del Toro, che se non ricordo male è dichiaratamente anarchico e che ha realizzato Opere esplicitamente anti-autoritarie e anti-fasciste: pensavo, quindi, che la sua trasposizione fosse fedele a una scelta di Gresham di portare avanti in maniera simbolica e nascosta i propri ideali (Gresham aveva partecipato alla guerra civile spagnola e in un capitolo troviamo, come unico personaggio forse realmente positivo, un comunista nero).
Comunque, il Romanzo riesce a costruire molto bene un discorso critico verso la società occidentale e il suo impianto di sfruttamento, fondato su un (anti)ideale di egocentrismo e competizione che inevitabilmente sprona gli individui a considerare le relazioni interpersonali non come occasione di arricchimento reciproco ma come legami da usare per il proprio tornaconto (economico), il tutto rincorrendo non una vera e propria felicità ma un banale accumulo di "cose". Questo discorso viene portato avanti entrando intimamente nelle psicologie dei personaggi, con paragrafi in cui i loro punti di vista vengono descritti con precisione e compartecipazione. In certi momenti particolarmente forti, come nel finale, si assiste anche a esperimenti letterari tra cui la rinuncia alla punteggiatura, espediente che contribuisce notevolmente a rendere palpabile la confusione mentale vissuta dal protagonista. Molto interessante è come si passa da un capitolo all'altro, con salti temporali non precisati nella quantità, il tutto utilizzando le carte dei tarocchi come introduzione: non di rado, la carta che introduce il capitolo viene richiamata esplicitamente nelle pagine successive.
Un brillante lavoro letterario, a lungo sottostimato, ma dopo la seconda guerra mondiale buona parte delle figure intellettuali "di sinistra" subirà una vera e propria cancellazione: oggi il rischio di un ritorno di questa reale cancel culture (non quella fittizia in cui credono di vivere i reazionari di tutto il mondo) è purtroppo più concreto che mai.
Pancake
[PANCAKES]
A Mignola viene chiesto di realizzare una storia su Hellboy bambino: lui non impazzisce per l'idea ma realizza due pagine in cui il personaggio mangia pancake. Divertissement, ma con una buona dose di squisita assurdità.
La natura della bestia
[THE NATURE OF THE BEAST]
Tra le prime storie escogitate da Mignola su Hellboy, ma realizzata effettivamente dopo diversi anni, The Nature of the Beast mostra il club Osiris affidare un ammazzamento di drago al diavolo "supereroe": interessante.
Re Vold
[KING VOLD]
Mescolando insieme alcune leggende, Mignola costruisce un'interessante storia ambientata in Norvegia: buona, sul piano contenutistico, l'idea di avere come personaggio comprimario un amico di Trevor Bruttenholm (il padre adottivo di Hellboy) che si rivela essere caratterialmente diverso da come viene presentato.
Teste
[HEADS]
Ispirato a un racconto giapponese, a quanto pare è tra i lavori preferiti di Mignola: molto affascinante e con una buona atmosfera.
Arrivederci, signor Tod
[GOODBYE, MISTER TOD]
Nato come idea per una miniserie senza Hellboy, questa storia riprende atmosfere criptiche lovecraftiane con un buon ritmo: breve, ma intrigante.
Il Vârcolac
[THE VÂRCOLAC]
Ispirato a una leggenda, la storia è molto breve (con finale beffardo) ma assai affascinante, soprattutto nell'immaginario.
La mano destra del destino
[THE RIGHT HAND OF DOOM]
Pubblicato inizialmente in bianco e nero, secondo quanto dichiara Mignola questa storia nasce per attirare l'attenzione sulla mano destra di Hellboy (a quanto pare poca gente era curiosa a riguardo): è sostanzialmente un recap della storia di Hellboy, molto utile per fare il punto della situazione, ma c'è anche un pizzico di tragedia.
Una scatola piena di malvagità
[BOX FULL OF EVIL]
Mignola affronta nuovamente la "mano destra del destino" facendo scontrare Hellboy con un demone a lungo imprigionato: con riferimenti a Poe (Usher), la storia mette in luce il tema del libero arbitrio, grazie anche a un epilogo scritto diversi anni dopo.
Il cadavere
[THE CORPSE]
Nel 1995, spinto da una richiesta di storie di Hellboy dalla Dark Horse, Mike Mignola ha modo di trattare una leggenda irlandese che lo affascinava, realizzando The Corpse.
Storia tradizionale, quasi mitologica (erculea, se vogliamo), di eroe impegnato in una serie di missioni per ottenere uno scopo nobile (una bambina da riportare), l'opera contiene un intrigante accenno di malinconia per un mondo magico in via d'estinzione. Notevole.
Scarpe di ferro
[IRON SHOES]
Come ammette Mignola nell'introduzione, non è propriamente una storia compiuta ma più una sorta di "piccolo strano incidente", io direi una sequenza action con intro didascalico ed epilogo, ma si legge volentieri.
Baba Yaga
[THE BABA YAGA]
Mignola, avendo accennato in una storia precedente che Hellboy aveva sparato a un occhio della nota strega folkloristica russa Baba Yaga, realizza questa breve ma avvincente opera in cui mostra, appunto, questo fatto.
Un Natale sottoterra
[A CHRISTMAS UNDERGROUND]
Mignola riprende una storia letta e la trasforma in uno speciale natalizio di Hellboy: il risultato è un'opera semplice nella narrazione, anche tradizionale, ma intrigante e coinvolgente, e inoltre il Protagonista viene scambiato per Babbo Natale (molto buffa come immagine).
La bara incatenata
[THE CHAINED COFFIN]
Riadattando ancora una volta una leggenda, Mignola racconta anche le origini di Hellboy, ovvero sua madre (una donna) e suo padre (il diavolo), senza esprimere giudizi, e questo lo rende prezioso ai miei occhi: memorabile!
I lupi di st. August
[THE WOLVES OF SAINT AUGUST]
Tra le prime (brevi) storie di Hellboy, dopo il debutto ufficiale con Seed of Destruction, The Wolves of St. August ha un po' di azione "grezza", una narrazione semplice, ma affascina nel tratto tipicamente aguzzo di Mignola e si sente un certo dramma, nell'antagonista, sulla sua famiglia.
Quasi un colosso
[ALMOST COLOSSUS]
Sorta di (secondo) epilogo di Wake the Devil, Almost Colossus vede Liz in pericolo di vita e l'homunculus, intravisto nel fumetto sopra citato, alle prese con un fratello folle: tra numerosi rimandi a Frankenstein (Film di Whale e Romanzo di Shelley), il fumetto affascina e propone intriganti spunti di riflessione su umanità e delirio di onnipotenza.</p>
Il romanzo prende in esame gli anni del consolidamento del potere fascista, dal 1925 al 1932 (gli anni '20 e i '30 sono separati da una "dissolvenza in nero", come se fosse la dicitura "fine primo tempo" e al contempo "inizio secondo tempo"). Come nel romanzo precedente, anche qui Scurati punta su una narrazione corale, accompagnando il tutto con documenti storici. Anche stavolta, il ritratto di benito mussolini, il padre fondatore delle destre estreme attualmente al governo in italia, usa, ungheria, israele, russia e via discorrendo, viene umanizzato non per renderlo più empatico ma per smantellarne l'aurea mitica (sia divinizzata sia demonizzata) che lo avvolgeva in vita e che, purtroppo, ha continuato ad avvolgerlo anche dopo la disfatta. Qui assistiamo a una profonda divisione interna tra il mussolini pubblico, sempre più vittorioso e sempre più popolare, e il mussolini privato, un uomo che sta perdendo sempre di più la propria dimensione umana e, con essa, sta perdendo le persone umanamente a lui più vicine e realmente fedeli, in nome di un simbolo astratto che trionfa nell'inquietante finale.
Un altro ottimo romanzo, utile per capire meglio (senza però sostituire lo studio effettivo della Storia) il fenomeno del fascismo e vedere le analogie tra passato e presente, possibilmente per combattere al meglio il nuovo volto della destra totalitaria.
Bisogna raccogliere un bel po' i pensieri, e probabilmente servono ulteriori letture (in inglese, possibilmente) per trattare al meglio i contenuti di questo romanzo. Intanto, velocemente, mi limito a dire che Dick non si limita a proporre una narrazione alternativa del post-seconda guerra mondiale con la vittoria dell'asse ma, attraverso una narrazione corale, tratteggia un mosaico sociale dove il controllo, al contempo totalitario e caotico, dei regimi dittatoriali si scontra con l'imprevedibilità individuale umana e le contraddizioni intrinseche di ogni persona, al contempo convinta fautrice di essere protagonista attiva della propria vita eppure altrettanto coscientemente pedina di profezie più o meno inquadrate in schemi religiosi o para-religiosi. Squarci della realtà extra-narrativa (non parlo del romanzo fittizio presente nel libro, che propone un'ulteriore realtà alternativa, ma quei momenti, nel finale, in cui alcuni personaggi arrivano a vedere - forse - il "nostro" mondo) consolidano l'impressione che, sotto sotto, la seconda guerra mondiale non si è conclusa, neanche nella nostra realtà, esattamente come pensiamo si sia conclusa: gli strascichi totalitari dei regimi fascio-nazisti, infatti, sono presenti nel sistema capitalista che ancora oggi domina, con chiari segnali di declino, le società.
Chiudo qui questo mio delirio, rimandando a una prossima lettura riflessioni più precise. Mi incuriosisce, ora, la serie tv.
Fonte dell'omonimo Film di Michele Soavi (forse l'ultimo Capolavoro Horror italiano) e, di fatto, base di partenza per Dylan Dog (anche se la pubblicazione del Romanzo avviene dopo il debutto ufficiale della Serie a fumetti).
La lettura è di estrema facilità, in buona parte anche per lo stile adottato da Sclavi, molto più affine a una sceneggiatura (di Film o di Fumetto) che non a un romanzo. Infatti abbiamo: presente, termini tecnici come "inquadratura", "totale", "voce fuoricampo" eccetera, predilezione per l'azione che per la descrizione e via discorrendo. Non manca, però, una forte ironia, cosa che rende ancor più scorrevole la lettura anche nei momenti più disturbanti (dal mio punto di vista un paio di riferimenti allo stupro). Soavi poi riuscirà a tradurre in una magnifica forma Cinematografica lo Spirito grottesco già presente in quest'Opera, apportando alcune differenze narrative (soprattutto nel finale) ma rimanendo molto fedele nell'atmosfera e in diversi altri passaggi.
I disegni e le filastrocche che aprono i vari capitoli arricchiscono il Romanzo che, oltre a intrattenere chi ama questo tipo bizzarro di Genere, stimola intriganti e tutt'altro che banali riflessioni sulla Morte, sul Senso della Vita, sull'Esistenza. Consigliatissimo.
Avendo letto Cinema Speculation di Quentin Tarantino, sapevo che il Film di Peckinpah tagliava l'epilogo sostanzialmente onirico e che c'era ancora più violenza nel Romanzo. Queste aspettative non sono andate deluse. Pur amando molto il Cinema di Peckinpah, col tempo sono arrivat' a considerare il suo The Getaway come una mezza commercialata (di ottimo livello, con un grandissimo Steve McQueen e un'azzeccatissima Ali MacGraw). Il Libro, invece, parte dai canoni della narrazione crime e noir per poi esasperarli in cattiveria, follia, disperazione. La storia d'amore tra Doc e Carol viene caratterizzata come una reciproca dipendenza che, lungi dall'entrare in conflitto con la violenza del loro mestiere di persone rapinatrici e coi differenti background (anche di età), si consolida con l'aumentare della brutalità e della crescita del reciproco sospetto.
Il Finale è forse ancor più affascinante di quanto mi ero immaginata.
Molto più breve del Romanzo precedente, Dune Messiah vede un ridimensionamento anche dell'azione. Domina, in tutti i personaggi e soprattutto in Paul/Muad'Dib/Usul, un senso di fatalismo che, oltre a mettere in secondo piano una ricerca di colpi di scena (che comunque riescono a esserci), permette la fuoriuscita costante di dilemmi interiori dilanianti, sfociando in diversi punti nella Malinconia, ma senza mai perdere totalmente una certa speranza. Gli intrighi di potere mantengono una forte presenza nel racconto ma, qui, cresce un sentimento, già seminato nel predecessore, di sfiducia o, meglio, consapevolezza dell'inutilità dei giochi politici: questo sentimento esplode con forza nell'amarissimo Finale, molto più intimo di quello del Libro precedente e in cui la perfezione in cui Herbert ha immerso la famiglia Atreides, pur non svanendo completamente, va incontro a una decisa e umanissima dissolvenza.
Non saprei bene cosa dire, ora come ora, in più riguardo al Romanzo, perché mi è parso che, nella sua relativa brevità, condensi al suo interno una complessità tematica, filosofica, sociologica eccetera ancor più forte del già non proprio semplice primo Dune. Penso, per questo motivo, che sarà ancor più difficile per Villeneuve costruirne una trasposizione cinematografica: il mio timore è che ceda a Hollywood sacrificando buona parte dell'introspezione per rafforzare l'azione, il che non vuol dire che uscirà una merda (ho fiducia nel regista) ma un po' di amaro in bocca me lo lascerebbe. C'è anche la possibilità che invece l'autore punti sul valorizzare la differenza coi film precedenti, ottenendo qualcosa di analogo all'inaspettatamente (vista la forza del Capolavoro originario) magnifico Blade Runner 2049, ma in questo caso rischierebbe di perdere appeal al botteghino, sempre che la Warner o altri studi non stronchino sul nascere questa vena (cosa probabilissima).
Comunque, come con il suo predecessore, non vedo l'ora di rileggere anche Dune Messiah in english e, sicuramente, intendo proseguire la lettura della saga, almeno fino ai romanzi scritti in persona da Frank Herbert.
Mi aspettavo un libro più "teorico" sui significati di genere e invece è più uno studio analitico di dati relativi alle questioni di genere, con particolare attenzione per le disparità sociali inquadrate anche in discorsi generazionali. Comunque, è stata una lettura molto interessante, soprattutto all'inizio, e conferma che il concetto di genere - con tutto il bagaglio di costumi, convenzioni, stereotipi, regole scritte e non scritte... - è in realtà un concetto molto, molto relativo e legato ai mutamenti sociali.
Seguono accenni di SPOILER.
Mi aspettavo un finale molto diverso, visto che sapevo che il Film di Siegel aveva subito un'imposizione in senso positivo nella chiusura e visto che la seconda e la terza trasposizione terminano con un tono cupo, invece il romanzo termina in modo quasi spensierato, anche più che dell'ultima (mediocre) trasposizione filmica.
Comunque, tra tutti, Invasion of the Body Snatchers di Don Siegel è il Film che sicuramente riprende con maggiore fedeltà il libro, con tanto di dialoghi quasi identici, e limando alcuni dettagli sulla specifica natura dei baccelli si scorciano alcuni elementi che rischiavano, secondo me, di rendere meno credibile il tutto. Si perde, però, un certo "semi-femminismo", poiché il personaggio di Becky nel romanzo è più combattiva rispetto alla versione cinematografica.
Come in (quasi) tutte le trasposizioni e pure qualche film ispirato ma non direttamente tratto da esso (penso a The Faculty di Rodriguez), comunque, si costruisce efficacemente un'atmosfera di paranoia e un discorso critico verso l'omologazione, il conformismo, interpretabile in svariate modalità politiche, anche divergenti tra loro.
Lettura molto interessante, dunque.
Dei vari adattamenti (tra cui una recente miniserie televisiva) ho visto, più volte, i film The Village of the Damned di Wolf Rilla e il remake carpenteriano, più (una sola volta) il sequel del film di Rilla Children of the Damned (di Anton Leader). I film calcheranno più sugli aspetti fantascientifici e, nel mostrare per bene l'esecuzione della "soluzione finale", faranno sentire la loro "età".
Il libro, invece, si concentra, aiutato dalla forma scritta, sui dilemmi etici che la minaccia infantile suscita, senza arrivare mai veramente a una distinzione manichea tra "personaggi buoni" e "personaggi cattivi" ma enfatizzando l'aspetto primordiale, di lotta tra specie, del conflitto in corsi. Nel Romanzo, the Children crescono a doppia velocità e, quindi, sul finale il loro aspetto è (post)adolescienziale: in questo, quindi, i film risultano più sconvolgenti, perché lì l'aspetto resterà infantile. Un altro aspetto in cui i film risultano, a mio avviso, più "avanzati" (soprattutto quello di Rilla) è la relativa rinuncia del binarismo maschio-femmina con cui ne romanzo si sviluppa la (doppia) mente collettiva del gruppo di Children.
Il romanzo, però, recupera punti rimarcando continuamente l'innocenza infantile del gruppo "alieno" e, ancor più di quanto mi accade nei film (e anche lì mi accade), ho sentito in maniera palpabile una spinta empatica nei confronti della "specie invasiva" che, di fatto, si limita a difendersi dall'aggressione del gruppo maggioritario, ovvero l'umanità.
Un Libro di Fantascienza nel miglior senso del termine, ovvero che, utilizzando un espediente fantastico (con giustificazione para-scientifica), va poi a parlare di tematiche complesse e stratificate toccando filosofia, etica, politica, sociologia e via discorrendo senza annoiare né scadere nel didascalico, ma stimolando dei sani Dubbi.
Come, anzi ancor più degli altri manuali di sceneggiatura da me letti in precedenza, il libro è utile più che altro per scrivere sceneggiature hollywoodiane di successo commerciale e, in questo, è divertente vedere come molti titoli citati siano oggi caduti nel dimenticatoio (il confronto tra "Miss Congeniality" e "Memento" è oggi decisamente vinto dal secondo, con buona pace di Snyder).
Comunque ho apprezzato la carica motivazionale del libro e, tutto sommato, continuo a pensare che conoscere al meglio le "regole" di una sceneggiatura hollywoodiana "corretta" sia un passaggio fondamentale per poterle infrangere in modo intelligente.
In una cinquantina di pagine, il grande Intellettuale propone, insieme a una rievocazione personale della sua infantile scoperta della libertà e della dittatura (riflessioni che occupano quasi la prima metà dello scritto e le ultimissime pagine), una lista di caratteri che, secondo lui, identificano il concetto di fascismo, inteso come macrofamiglia ideologica reazionaria, esclusivista e con vocazione totalitaria.
Lo scopo non è puntare a mero studio accademico-storico, né proporre un esercizio mentale, ma fornire una mappa per individuare la riemersione del "fascismo eterno" (o "Ur-fascism", come si dice in inglese, lingua in cui nasce il testo sotto forma di simposio), mostrandone la natura polimorfa, auto-contradditoria e in costante evoluzione, ma fissando degli archetipi precisi, senza "dare del fascista a chiunque sia di destra", contro-accusa noiosissima che spesso si sente ogni volta che viene lanciato un "allarme" anti-fascista (ma non dubito che qualcun possa accusare anche un lavoro come questo di Eco di vedere il fascismo ovunque).
Non ho trovato particolarmente sorprendente notare una forte corrispondenza tra i punti elencati dall'Autore e i caratteri di parecchi movimenti, partiti e leader di (estrema) destra globale, da FdI e Meloni a Trump e MAGA, perché per sensibilità politica già ero arrivato a vedere queste analogie, ma la mancata sorpresa non ha smorzato l'inquietudine di ciò.
Ultime recensioni inserite
L' idiota - Fëdor Dostoevskij
La lettura nasceva dalla curiosità di fare un confronto con la (purtroppo tagliata dalla produzione e, temo, irrecuperabile nella versione originale) trasposizione cinematografica di Kurosawa Akira, quindi partirò da questo confronto per costruire la mia riflessione (breve, perché mi imbarazza cercare di recensire un Classico della Letteratura). In sostanza, Kurosawa trasporterà con una fedeltà il Romanzo, cosa sorprendente visto il cambio di ambientazione (dalla Russia ottocentesca al Giappone post-seconda guerra mondiale), la necessità di condensare il corposo materiale in un film (seppur lungo) e i tagli imposti dalla produzione. Resterà inoltre intatto il fulcro tematico del Libro, ovvero il ritratto di una persona la cui bontà totale non può non tradursi in una profonda, scandalosa ingenuità. Il Film di Kurosawa metterà inoltre in luce il carattere benevolo del Protagonista, chiudendosi con un Finale amaro ma dolce, mentre il Romanzo si chiude non dico in cinismo (credo che Dostoevskij fosse avverso a questo atteggiamento) ma sicuramente in pessimismo, anche polemico. Si metterà inoltre in luce la natura di vittima di Nastàs'ja Filìppovna/Taeko Nasu, mentre si stempererà il lato più crudele di Agláya Ivánovna/Ayako.
Comunque, Dostoevskij conferma di essere una lettura, nonostante la sua fama di "mattone", decisamente molto scorrevole: solo i nomi dei personaggi, a volte, appesantisce un po' il tutto e, se si tende ad alternare più letture "insieme" (come faccio io, probabilmente per follia, forse per arroganza pseudo-intellettuale, magari per ingenuo entusiasmo), questo può rendere difficile riavvolgere il filo del discorso, ma bastano sempre poche pagine per tornare a re-immergersi nel ricco mondo di personaggi tanto "normali" quanto "inusuali", nei discorsi complessi ma scorrevolissimi e nelle azioni al contempo banali e avventurose che si sviluppano.
E con questa chiusura infantile termina la mia "recensione".
The prestige - Christopher Priest
Il Regista di Memento, co-sceneggiatore insieme al fratello Jonathan, apporterà diverse modifiche alla narrazione, la più vistosa delle quali è l'assenza di una cornice narrativa in cui due eredi, rispettivamente, di Borden e Angier si ritroveranno per cercare di svelare il mistero di un evento della loro infanzia e, per farlo, leggeranno i diari dei loro antenati.
Ulteriori differenze riguardano elementi specifici dei due differenti "prestigi" (soprattutto quello di Angier presenta una forte divergenza, con un effetto più "spettrale" nel Libro e più inquietante nel Film) e i motivi alla base della rivalità tra i due prestigiatori: nella narrazione di Borden ho quasi avuto l'impressione che le personalità dei due protagonisti vengano per certi versi scambiate nel Film, con Borden che da "tradizionalista" della prestigiazione nell'Opera di Priest diventa un "provocatore" in quella di Nolan e, viceversa, Angier che, da "provocatore" (e persino spiritista, in una parentesi professionale) nel Romanzo si "converte" a "istituzionale" nel Film.
Altro elemento di smarcamento tra Romanzo e Film si trova nella struttura, perché il primo è costruito "à la Rashomon", con prima la narrazione secondo il punto di vista di Borden e poi secondo quello di Angier, mentre il Film monterà in parallelo i due sguardi, però questa a mio avviso è una differenza quasi inevitabile considerando le specificità della Letteratura e del Cinema.
Comunque, va detto che le differenze "narrative" tra i due Lavori non si traduce in uno snaturamento del materiale letterario nel mezzo cinematografico ma, e questo prova l'autorialità (seppur altalenante nell'effettiva qualità filmografica), di Nolan, che di fatto riuscirà, nel suo Film, a rielaborare il materiale di Priest assorbendolo completamente nella propria Poetica, ottenendo come risultato uno dei suoi Lavori in assoluto migliori insieme a Memento. Inoltre, bene o male, a parte per l'epilogo la soluzione del duplice "enigma" resta sostanzialmente invariato, così come la scelta di svelare entrambi i misteri soltanto sul finale, seppur seminando indizi qua e là, anche e soprattutto nel "non detto".
Tornando all'Opera di Priest, ho apprezzato moltissimo la scelta di "interpretare" i due protagonisti costruendo i due diari su due stili totalmente differenti, auto-conflittuale da un capitolo all'altro per quanto riguarda il resoconto di Borden, meticoloso se non addirittura "pitimo" (ma con chiusura "a sorpresa") per quel che riguarda la storia di Angier. Va sottolineato che anche i capitoli incentrati sui personaggi eredi dei due illusionisti presentano una caratterizzazione unica: l'erede di Borden sembra che stia avendo un monologo interiore, quella di Angier entra, come intermezzo tra i due antenati, nel vivo di un discorso rivolto direttamente all'altro, per poi trasformarsi in narrazione in terza persona nella chiusura.
A livello tematico, Priest fa sentire molto bene il Tema della rivalità sviscerandone l'inutilità e l'auto-dannosità, sia in passaggi impliciti sia in discorsi espliciti. Si respira anche, o almeno io l'ho respirata ("faziosamente"), una critica alla competizione: interessante è notare come, tanto Borden quanto Angier, esprimano una visione molto positiva dei rapporti che stringono con gli individui con cui collaborano (professionalmente, ma anche sentimentalmente), mettendo in luce l'aspetto cooperativistico del mondo dell'illusionismo. Per contrasto, la loro rivalità porta, come accadrà anche nel Film, a compromettere i risultati di entrambi i personaggi, danneggiando anche l'impatto col pubblico (un altro aspetto affrontato nel Romanzo è proprio la questione del pubblico). Rilievo particolare viene dato anche alle questioni economiche, con Angier che, nel suo diario, arriva arriva ad annotare alcuni incassi annuali dei suoi spettacoli.
Chiudendo, The Prestige si è rivelato un Romanzo molto avvincente, complementare all'altrettanto riuscito Film, e quindi mi auguro in futuro di poterlo rileggere in inglese.
Anche perché la traduzione presentava diversi refusi.
Nightmare Alley - William Lindsay Gresham
Ispirazione per i film omonimi di Edmund Goulding (uscito nel 1947, l'anno dopo quello di pubblicazione del Romanzo) e di Guillermo del Toro (del 2021).
Tra i due adattamenti, quello di del Toro è decisamente il più fedele, soprattutto nell'epilogo, ma in entrambi, pur respirandosi una certa critica allo sfruttamento insito nel sistema capitalista, si evita di entrare troppo esplicitamente nel politico e, soprattutto, nel religioso: infatti, nel Libro, Stan decide di trasformare le sue inclinazioni da "mentalista" in una chiave spiritualista con tanto di titolo di reverendo. Dal film del 1947, post-seconda guerra mondiale, questa mitizzazione del contenuto politico me lo aspettavo, ma non da del Toro, che se non ricordo male è dichiaratamente anarchico e che ha realizzato Opere esplicitamente anti-autoritarie e anti-fasciste: pensavo, quindi, che la sua trasposizione fosse fedele a una scelta di Gresham di portare avanti in maniera simbolica e nascosta i propri ideali (Gresham aveva partecipato alla guerra civile spagnola e in un capitolo troviamo, come unico personaggio forse realmente positivo, un comunista nero).
Comunque, il Romanzo riesce a costruire molto bene un discorso critico verso la società occidentale e il suo impianto di sfruttamento, fondato su un (anti)ideale di egocentrismo e competizione che inevitabilmente sprona gli individui a considerare le relazioni interpersonali non come occasione di arricchimento reciproco ma come legami da usare per il proprio tornaconto (economico), il tutto rincorrendo non una vera e propria felicità ma un banale accumulo di "cose". Questo discorso viene portato avanti entrando intimamente nelle psicologie dei personaggi, con paragrafi in cui i loro punti di vista vengono descritti con precisione e compartecipazione. In certi momenti particolarmente forti, come nel finale, si assiste anche a esperimenti letterari tra cui la rinuncia alla punteggiatura, espediente che contribuisce notevolmente a rendere palpabile la confusione mentale vissuta dal protagonista. Molto interessante è come si passa da un capitolo all'altro, con salti temporali non precisati nella quantità, il tutto utilizzando le carte dei tarocchi come introduzione: non di rado, la carta che introduce il capitolo viene richiamata esplicitamente nelle pagine successive.
Un brillante lavoro letterario, a lungo sottostimato, ma dopo la seconda guerra mondiale buona parte delle figure intellettuali "di sinistra" subirà una vera e propria cancellazione: oggi il rischio di un ritorno di questa reale cancel culture (non quella fittizia in cui credono di vivere i reazionari di tutto il mondo) è purtroppo più concreto che mai.
4: La mano destra del destino - di Mike Mignola
Pancake
[PANCAKES]
A Mignola viene chiesto di realizzare una storia su Hellboy bambino: lui non impazzisce per l'idea ma realizza due pagine in cui il personaggio mangia pancake. Divertissement, ma con una buona dose di squisita assurdità.
La natura della bestia
[THE NATURE OF THE BEAST]
Tra le prime storie escogitate da Mignola su Hellboy, ma realizzata effettivamente dopo diversi anni, The Nature of the Beast mostra il club Osiris affidare un ammazzamento di drago al diavolo "supereroe": interessante.
Re Vold
[KING VOLD]
Mescolando insieme alcune leggende, Mignola costruisce un'interessante storia ambientata in Norvegia: buona, sul piano contenutistico, l'idea di avere come personaggio comprimario un amico di Trevor Bruttenholm (il padre adottivo di Hellboy) che si rivela essere caratterialmente diverso da come viene presentato.
Teste
[HEADS]
Ispirato a un racconto giapponese, a quanto pare è tra i lavori preferiti di Mignola: molto affascinante e con una buona atmosfera.
Arrivederci, signor Tod
[GOODBYE, MISTER TOD]
Nato come idea per una miniserie senza Hellboy, questa storia riprende atmosfere criptiche lovecraftiane con un buon ritmo: breve, ma intrigante.
Il Vârcolac
[THE VÂRCOLAC]
Ispirato a una leggenda, la storia è molto breve (con finale beffardo) ma assai affascinante, soprattutto nell'immaginario.
La mano destra del destino
[THE RIGHT HAND OF DOOM]
Pubblicato inizialmente in bianco e nero, secondo quanto dichiara Mignola questa storia nasce per attirare l'attenzione sulla mano destra di Hellboy (a quanto pare poca gente era curiosa a riguardo): è sostanzialmente un recap della storia di Hellboy, molto utile per fare il punto della situazione, ma c'è anche un pizzico di tragedia.
Una scatola piena di malvagità
[BOX FULL OF EVIL]
Mignola affronta nuovamente la "mano destra del destino" facendo scontrare Hellboy con un demone a lungo imprigionato: con riferimenti a Poe (Usher), la storia mette in luce il tema del libero arbitrio, grazie anche a un epilogo scritto diversi anni dopo.
3: La bara incatenata e altre storie - di Mike Mignola
Il cadavere
[THE CORPSE]
Nel 1995, spinto da una richiesta di storie di Hellboy dalla Dark Horse, Mike Mignola ha modo di trattare una leggenda irlandese che lo affascinava, realizzando The Corpse.
Storia tradizionale, quasi mitologica (erculea, se vogliamo), di eroe impegnato in una serie di missioni per ottenere uno scopo nobile (una bambina da riportare), l'opera contiene un intrigante accenno di malinconia per un mondo magico in via d'estinzione. Notevole.
Scarpe di ferro
[IRON SHOES]
Come ammette Mignola nell'introduzione, non è propriamente una storia compiuta ma più una sorta di "piccolo strano incidente", io direi una sequenza action con intro didascalico ed epilogo, ma si legge volentieri.
Baba Yaga
[THE BABA YAGA]
Mignola, avendo accennato in una storia precedente che Hellboy aveva sparato a un occhio della nota strega folkloristica russa Baba Yaga, realizza questa breve ma avvincente opera in cui mostra, appunto, questo fatto.
Un Natale sottoterra
[A CHRISTMAS UNDERGROUND]
Mignola riprende una storia letta e la trasforma in uno speciale natalizio di Hellboy: il risultato è un'opera semplice nella narrazione, anche tradizionale, ma intrigante e coinvolgente, e inoltre il Protagonista viene scambiato per Babbo Natale (molto buffa come immagine).
La bara incatenata
[THE CHAINED COFFIN]
Riadattando ancora una volta una leggenda, Mignola racconta anche le origini di Hellboy, ovvero sua madre (una donna) e suo padre (il diavolo), senza esprimere giudizi, e questo lo rende prezioso ai miei occhi: memorabile!
I lupi di st. August
[THE WOLVES OF SAINT AUGUST]
Tra le prime (brevi) storie di Hellboy, dopo il debutto ufficiale con Seed of Destruction, The Wolves of St. August ha un po' di azione "grezza", una narrazione semplice, ma affascina nel tratto tipicamente aguzzo di Mignola e si sente un certo dramma, nell'antagonista, sulla sua famiglia.
Quasi un colosso
[ALMOST COLOSSUS]
Sorta di (secondo) epilogo di Wake the Devil, Almost Colossus vede Liz in pericolo di vita e l'homunculus, intravisto nel fumetto sopra citato, alle prese con un fratello folle: tra numerosi rimandi a Frankenstein (Film di Whale e Romanzo di Shelley), il fumetto affascina e propone intriganti spunti di riflessione su umanità e delirio di onnipotenza.</p>
M. [2]: L'uomo della provvidenza - Antonio Scurati
Il romanzo prende in esame gli anni del consolidamento del potere fascista, dal 1925 al 1932 (gli anni '20 e i '30 sono separati da una "dissolvenza in nero", come se fosse la dicitura "fine primo tempo" e al contempo "inizio secondo tempo"). Come nel romanzo precedente, anche qui Scurati punta su una narrazione corale, accompagnando il tutto con documenti storici. Anche stavolta, il ritratto di benito mussolini, il padre fondatore delle destre estreme attualmente al governo in italia, usa, ungheria, israele, russia e via discorrendo, viene umanizzato non per renderlo più empatico ma per smantellarne l'aurea mitica (sia divinizzata sia demonizzata) che lo avvolgeva in vita e che, purtroppo, ha continuato ad avvolgerlo anche dopo la disfatta. Qui assistiamo a una profonda divisione interna tra il mussolini pubblico, sempre più vittorioso e sempre più popolare, e il mussolini privato, un uomo che sta perdendo sempre di più la propria dimensione umana e, con essa, sta perdendo le persone umanamente a lui più vicine e realmente fedeli, in nome di un simbolo astratto che trionfa nell'inquietante finale.
Un altro ottimo romanzo, utile per capire meglio (senza però sostituire lo studio effettivo della Storia) il fenomeno del fascismo e vedere le analogie tra passato e presente, possibilmente per combattere al meglio il nuovo volto della destra totalitaria.
La svastica sul sole - Philip K. Dick
Bisogna raccogliere un bel po' i pensieri, e probabilmente servono ulteriori letture (in inglese, possibilmente) per trattare al meglio i contenuti di questo romanzo. Intanto, velocemente, mi limito a dire che Dick non si limita a proporre una narrazione alternativa del post-seconda guerra mondiale con la vittoria dell'asse ma, attraverso una narrazione corale, tratteggia un mosaico sociale dove il controllo, al contempo totalitario e caotico, dei regimi dittatoriali si scontra con l'imprevedibilità individuale umana e le contraddizioni intrinseche di ogni persona, al contempo convinta fautrice di essere protagonista attiva della propria vita eppure altrettanto coscientemente pedina di profezie più o meno inquadrate in schemi religiosi o para-religiosi. Squarci della realtà extra-narrativa (non parlo del romanzo fittizio presente nel libro, che propone un'ulteriore realtà alternativa, ma quei momenti, nel finale, in cui alcuni personaggi arrivano a vedere - forse - il "nostro" mondo) consolidano l'impressione che, sotto sotto, la seconda guerra mondiale non si è conclusa, neanche nella nostra realtà, esattamente come pensiamo si sia conclusa: gli strascichi totalitari dei regimi fascio-nazisti, infatti, sono presenti nel sistema capitalista che ancora oggi domina, con chiari segnali di declino, le società.
Chiudo qui questo mio delirio, rimandando a una prossima lettura riflessioni più precise. Mi incuriosisce, ora, la serie tv.
Dellamorte dellamore - Tiziano Sclavi
Fonte dell'omonimo Film di Michele Soavi (forse l'ultimo Capolavoro Horror italiano) e, di fatto, base di partenza per Dylan Dog (anche se la pubblicazione del Romanzo avviene dopo il debutto ufficiale della Serie a fumetti).
La lettura è di estrema facilità, in buona parte anche per lo stile adottato da Sclavi, molto più affine a una sceneggiatura (di Film o di Fumetto) che non a un romanzo. Infatti abbiamo: presente, termini tecnici come "inquadratura", "totale", "voce fuoricampo" eccetera, predilezione per l'azione che per la descrizione e via discorrendo. Non manca, però, una forte ironia, cosa che rende ancor più scorrevole la lettura anche nei momenti più disturbanti (dal mio punto di vista un paio di riferimenti allo stupro). Soavi poi riuscirà a tradurre in una magnifica forma Cinematografica lo Spirito grottesco già presente in quest'Opera, apportando alcune differenze narrative (soprattutto nel finale) ma rimanendo molto fedele nell'atmosfera e in diversi altri passaggi.
I disegni e le filastrocche che aprono i vari capitoli arricchiscono il Romanzo che, oltre a intrattenere chi ama questo tipo bizzarro di Genere, stimola intriganti e tutt'altro che banali riflessioni sulla Morte, sul Senso della Vita, sull'Esistenza. Consigliatissimo.
In fuga - Jim Thompson
Avendo letto Cinema Speculation di Quentin Tarantino, sapevo che il Film di Peckinpah tagliava l'epilogo sostanzialmente onirico e che c'era ancora più violenza nel Romanzo. Queste aspettative non sono andate deluse. Pur amando molto il Cinema di Peckinpah, col tempo sono arrivat' a considerare il suo The Getaway come una mezza commercialata (di ottimo livello, con un grandissimo Steve McQueen e un'azzeccatissima Ali MacGraw). Il Libro, invece, parte dai canoni della narrazione crime e noir per poi esasperarli in cattiveria, follia, disperazione. La storia d'amore tra Doc e Carol viene caratterizzata come una reciproca dipendenza che, lungi dall'entrare in conflitto con la violenza del loro mestiere di persone rapinatrici e coi differenti background (anche di età), si consolida con l'aumentare della brutalità e della crescita del reciproco sospetto.
Il Finale è forse ancor più affascinante di quanto mi ero immaginata.
Il ciclo di Dune. 2: Messia di Dune - Frank P. Herbert
Molto più breve del Romanzo precedente, Dune Messiah vede un ridimensionamento anche dell'azione. Domina, in tutti i personaggi e soprattutto in Paul/Muad'Dib/Usul, un senso di fatalismo che, oltre a mettere in secondo piano una ricerca di colpi di scena (che comunque riescono a esserci), permette la fuoriuscita costante di dilemmi interiori dilanianti, sfociando in diversi punti nella Malinconia, ma senza mai perdere totalmente una certa speranza. Gli intrighi di potere mantengono una forte presenza nel racconto ma, qui, cresce un sentimento, già seminato nel predecessore, di sfiducia o, meglio, consapevolezza dell'inutilità dei giochi politici: questo sentimento esplode con forza nell'amarissimo Finale, molto più intimo di quello del Libro precedente e in cui la perfezione in cui Herbert ha immerso la famiglia Atreides, pur non svanendo completamente, va incontro a una decisa e umanissima dissolvenza.
Non saprei bene cosa dire, ora come ora, in più riguardo al Romanzo, perché mi è parso che, nella sua relativa brevità, condensi al suo interno una complessità tematica, filosofica, sociologica eccetera ancor più forte del già non proprio semplice primo Dune. Penso, per questo motivo, che sarà ancor più difficile per Villeneuve costruirne una trasposizione cinematografica: il mio timore è che ceda a Hollywood sacrificando buona parte dell'introspezione per rafforzare l'azione, il che non vuol dire che uscirà una merda (ho fiducia nel regista) ma un po' di amaro in bocca me lo lascerebbe. C'è anche la possibilità che invece l'autore punti sul valorizzare la differenza coi film precedenti, ottenendo qualcosa di analogo all'inaspettatamente (vista la forza del Capolavoro originario) magnifico Blade Runner 2049, ma in questo caso rischierebbe di perdere appeal al botteghino, sempre che la Warner o altri studi non stronchino sul nascere questa vena (cosa probabilissima).
Comunque, come con il suo predecessore, non vedo l'ora di rileggere anche Dune Messiah in english e, sicuramente, intendo proseguire la lettura della saga, almeno fino ai romanzi scritti in persona da Frank Herbert.
Le identità di genere - Elisabetta Ruspini
Mi aspettavo un libro più "teorico" sui significati di genere e invece è più uno studio analitico di dati relativi alle questioni di genere, con particolare attenzione per le disparità sociali inquadrate anche in discorsi generazionali. Comunque, è stata una lettura molto interessante, soprattutto all'inizio, e conferma che il concetto di genere - con tutto il bagaglio di costumi, convenzioni, stereotipi, regole scritte e non scritte... - è in realtà un concetto molto, molto relativo e legato ai mutamenti sociali.
L'invasione degli ultracorpi - Jack Finney
Seguono accenni di SPOILER.
Mi aspettavo un finale molto diverso, visto che sapevo che il Film di Siegel aveva subito un'imposizione in senso positivo nella chiusura e visto che la seconda e la terza trasposizione terminano con un tono cupo, invece il romanzo termina in modo quasi spensierato, anche più che dell'ultima (mediocre) trasposizione filmica.
Comunque, tra tutti, Invasion of the Body Snatchers di Don Siegel è il Film che sicuramente riprende con maggiore fedeltà il libro, con tanto di dialoghi quasi identici, e limando alcuni dettagli sulla specifica natura dei baccelli si scorciano alcuni elementi che rischiavano, secondo me, di rendere meno credibile il tutto. Si perde, però, un certo "semi-femminismo", poiché il personaggio di Becky nel romanzo è più combattiva rispetto alla versione cinematografica.
Come in (quasi) tutte le trasposizioni e pure qualche film ispirato ma non direttamente tratto da esso (penso a The Faculty di Rodriguez), comunque, si costruisce efficacemente un'atmosfera di paranoia e un discorso critico verso l'omologazione, il conformismo, interpretabile in svariate modalità politiche, anche divergenti tra loro.
Lettura molto interessante, dunque.
Il villaggio dei dannati - John Wyndham
Dei vari adattamenti (tra cui una recente miniserie televisiva) ho visto, più volte, i film The Village of the Damned di Wolf Rilla e il remake carpenteriano, più (una sola volta) il sequel del film di Rilla Children of the Damned (di Anton Leader). I film calcheranno più sugli aspetti fantascientifici e, nel mostrare per bene l'esecuzione della "soluzione finale", faranno sentire la loro "età".
Il libro, invece, si concentra, aiutato dalla forma scritta, sui dilemmi etici che la minaccia infantile suscita, senza arrivare mai veramente a una distinzione manichea tra "personaggi buoni" e "personaggi cattivi" ma enfatizzando l'aspetto primordiale, di lotta tra specie, del conflitto in corsi. Nel Romanzo, the Children crescono a doppia velocità e, quindi, sul finale il loro aspetto è (post)adolescienziale: in questo, quindi, i film risultano più sconvolgenti, perché lì l'aspetto resterà infantile. Un altro aspetto in cui i film risultano, a mio avviso, più "avanzati" (soprattutto quello di Rilla) è la relativa rinuncia del binarismo maschio-femmina con cui ne romanzo si sviluppa la (doppia) mente collettiva del gruppo di Children.
Il romanzo, però, recupera punti rimarcando continuamente l'innocenza infantile del gruppo "alieno" e, ancor più di quanto mi accade nei film (e anche lì mi accade), ho sentito in maniera palpabile una spinta empatica nei confronti della "specie invasiva" che, di fatto, si limita a difendersi dall'aggressione del gruppo maggioritario, ovvero l'umanità.
Un Libro di Fantascienza nel miglior senso del termine, ovvero che, utilizzando un espediente fantastico (con giustificazione para-scientifica), va poi a parlare di tematiche complesse e stratificate toccando filosofia, etica, politica, sociologia e via discorrendo senza annoiare né scadere nel didascalico, ma stimolando dei sani Dubbi.
Save the cat! - Blake Snyder
Come, anzi ancor più degli altri manuali di sceneggiatura da me letti in precedenza, il libro è utile più che altro per scrivere sceneggiature hollywoodiane di successo commerciale e, in questo, è divertente vedere come molti titoli citati siano oggi caduti nel dimenticatoio (il confronto tra "Miss Congeniality" e "Memento" è oggi decisamente vinto dal secondo, con buona pace di Snyder).
Comunque ho apprezzato la carica motivazionale del libro e, tutto sommato, continuo a pensare che conoscere al meglio le "regole" di una sceneggiatura hollywoodiana "corretta" sia un passaggio fondamentale per poterle infrangere in modo intelligente.
Il fascismo eterno - Umberto Eco
In una cinquantina di pagine, il grande Intellettuale propone, insieme a una rievocazione personale della sua infantile scoperta della libertà e della dittatura (riflessioni che occupano quasi la prima metà dello scritto e le ultimissime pagine), una lista di caratteri che, secondo lui, identificano il concetto di fascismo, inteso come macrofamiglia ideologica reazionaria, esclusivista e con vocazione totalitaria.
Lo scopo non è puntare a mero studio accademico-storico, né proporre un esercizio mentale, ma fornire una mappa per individuare la riemersione del "fascismo eterno" (o "Ur-fascism", come si dice in inglese, lingua in cui nasce il testo sotto forma di simposio), mostrandone la natura polimorfa, auto-contradditoria e in costante evoluzione, ma fissando degli archetipi precisi, senza "dare del fascista a chiunque sia di destra", contro-accusa noiosissima che spesso si sente ogni volta che viene lanciato un "allarme" anti-fascista (ma non dubito che qualcun possa accusare anche un lavoro come questo di Eco di vedere il fascismo ovunque).
Non ho trovato particolarmente sorprendente notare una forte corrispondenza tra i punti elencati dall'Autore e i caratteri di parecchi movimenti, partiti e leader di (estrema) destra globale, da FdI e Meloni a Trump e MAGA, perché per sensibilità politica già ero arrivato a vedere queste analogie, ma la mancata sorpresa non ha smorzato l'inquietudine di ciò.