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L'isola dei senzamemoria - Yoko Ogawa

È un romanzo distopico costruito attorno a un'idea tanto semplice quanto inquietante: su un'isola misteriosa gli oggetti scompaiono e, insieme a loro, svaniscono anche tutti i ricordi che vi sono legati. Non è soltanto la materia a dissolversi, ma anche il significato che attribuiamo alle cose, fino a un progressivo annullamento dell'identità. La vicenda è raccontata in prima persona da una scrittrice che osserva impotente questo lento processo di cancellazione. Attorno a lei ruotano altre due figure fondamentali: il marito della sua balia, presenza affettuosa e rassicurante che assume quasi il ruolo di un nonno, e il suo curatore editoriale, uno dei pochissimi abitanti dell'isola che conserva ancora i propri ricordi. Attraverso il rapporto tra questi tre personaggi, Yōko Ogawa mette in scena diversi modi di affrontare la perdita. Se gli abitanti colpiti dalle sparizioni finiscono per accettare con rassegnazione ogni nuova cancellazione, il curatore rappresenta invece una forma di resistenza: consapevole del valore di ciò che sta scomparendo, cerca di preservare i ricordi e di farli riaffiorare nella protagonista. Tuttavia, anche il suo tentativo sembra destinato a scontrarsi con una forza inarrestabile, quella dell'oblio. Essendo una scrittrice, la protagonista si interroga spesso su cosa accadrebbe se un giorno scomparissero persino le parole. È una domanda che attraversa l'intera narrazione e invita il lettore a riflettere sul legame profondo tra memoria, linguaggio e identità. A questa storia si affianca il romanzo che la protagonista sta scrivendo, dedicato a una dattilografa che ha perso la voce. Le due vicende dialogano tra loro attraverso il tema della perdita: da una parte assistiamo alla progressiva scomparsa di quasi ogni cosa, mentre la voce continua a esistere; dall'altra è proprio la voce a mancare. È un parallelismo ricco di significato che ho apprezzato molto, ma mi aspettavo che le due storie finissero per intrecciarsi in modo più deciso o conducessero a un colpo di scena. Da questo punto di vista sono rimasta delusa. Ciò che ho apprezzato maggiormente è la scrittura di Yōko Ogawa, delicata e profondamente evocativa. Anche la perdita viene raccontata attraverso immagini di grande bellezza poetica, come quella delle rose che, prima di scomparire, ricoprono il fiume con i loro petali. Mi ha colpito anche l'immagine del cuore come scrigno dei ricordi, simbolo della speranza che ciò che custodiamo dentro di noi possa sopravvivere all'oblio. Persino l'ambientazione innevata assume un forte valore simbolico: la neve ricopre lentamente ogni cosa, proprio come la memoria che si dissolve. Nulla appare lasciato al caso e questo contribuisce a rendere il romanzo particolarmente suggestivo. Proprio per questo mi è sembrato un libro dal potenziale enorme, ma sviluppato solo in parte. L'idea di partenza è estremamente affascinante e offre moltissimi spunti di riflessione; tuttavia la narrazione procede in modo molto statico. Le stesse considerazioni vengono riproposte più volte, i dialoghi risultano spesso ridondanti e il ritmo rallenta fino a rendere la lettura pesante, nonostante lo stile sia semplice e scorrevole. Anche la scelta di non spiegare mai l'origine delle sparizioni mi ha lasciata insoddisfatta. Comprendo la volontà dell'autrice di mantenere un'atmosfera surreale e misteriosa, ma avrei gradito almeno qualche elemento in più che aiutasse a comprendere questo fenomeno. Allo stesso modo, alcune situazioni vengono accettate dai personaggi con una naturalezza che ho trovato difficile da condividere, accentuando quella sensazione di immobilità che attraversa parte del romanzo.
In definitiva, L'isola dei senza memoria è un'opera capace di colpire per la forza della sua idea, per la ricchezza del suo simbolismo e per la delicatezza con cui affronta il tema della memoria e della perdita. Tuttavia, proprio perché le premesse erano così promettenti, mi aspettavo uno sviluppo più incisivo e una narrazione maggiormente capace di sorprendermi. La ripetitività, la staticità della trama e alcune scelte narrative che non mi hanno convinta hanno finito per prevalere sugli aspetti positivi. È un romanzo che riconosco per la sua originalità e per il valore delle riflessioni che propone, ma che, nel complesso, mi ha lasciata soprattutto con il rimpianto di un potenziale non pienamente espresso.

Il mio gatto mi detesta - Federica Bosco

È una lettura simpatica e leggera, capace di strappare più di un sorriso, soprattutto a chi vive con un gatto. La particolarità del libro è che la voce narrante è proprio quella del gatto, un micione bellissimo che riceve continuamente complimenti da chiunque lo incontri. La frase che sente ripetere più spesso è: "Ma è bellissimo, sembra una lince!", e lui, con la sua innata vanità, si gode tutta questa ammirazione. L'aspetto che ho trovato più divertente è il continuo ribaltamento dei ruoli: secondo il gatto non è lui ad avere una padrona, ma è la sua umana a essere al suo servizio. Da questa convinzione nascono situazioni davvero esilaranti, soprattutto quando cerca di interpretare con la sua logica felina i comportamenti degli esseri umani. Ad esempio, non riesce a spiegarsi perché ogni mattina la sua padrona si metta in bocca una sostanza dal sapore sgradevole, la sputi e continui a ripetere quel rituale. È solo uno dei tanti episodi che rendono il libro così divertente. Il protagonista incarna perfettamente lo stereotipo del gatto: indipendente, un po' altezzoso, apparentemente infastidito da coccole e attenzioni, ma pronto a pretenderle quando decide lui. Chi vive con un felino riconoscerà facilmente molti di questi atteggiamenti. Il libro non segue una vera e propria trama, ma è costruito come un diario composto da episodi di vita quotidiana del gatto e della sua padrona, una figura che richiama con ironia lo stereotipo della "gattara". Si passa così dalle visite dal veterinario, dovute all'ipocondria della padrona che interpreta ogni minimo cambiamento come un problema, alle pappe acquistate con cura e poi regolarmente rifiutate, fino ai momenti in cui lei è dispiaciuta di lasciarlo solo mentre lui non aspetta altro che godersi un po' di pace. È come se l'autrice fosse riuscita a entrare nella mente di un gatto, immaginando con grande ironia i pensieri che potrebbe avere osservando le strane abitudini degli esseri umani. Non mancano nemmeno alcune frecciatine all'ipocrisia delle persone e qualche breve passaggio in romanesco che aggiunge ulteriore comicità. Uno dei capitoli che mi ha colpito di più è quello dedicato al Ponte dell'Arcobaleno. Dopo tanti momenti divertenti, questo episodio introduce una nota più dolce e delicata, ricordando che i nostri amici a quattro zampe, anche quando non ci sono più, continuano a vivere nel nostro cuore e nei nostri ricordi, facendoci sentire in qualche modo la loro presenza. È un pensiero consolante, che li immagina ad aspettarci alla fine di questo Ponte dell'Arcobaleno, dove un giorno potremo ritrovarli. Nel complesso è stata una vera e propria lettura coccola: semplice, scorrevole e capace di alternare ironia e tenerezza. La scelta della forma del diario rende il racconto ancora più coinvolgente e la lettura molto piacevole. Lo consiglio soprattutto a chi ama i gatti, perché è impossibile non ritrovarsi in almeno alcune delle situazioni raccontate e leggerle con un sorriso.

Alice - Lewis Carroll

Due grandi classici della letteratura per ragazzi, due mondi originali senza regole logiche, popolati da personaggi iconici e surreali. Una rilettura che però non ha saputo emozionarmi né coinvolgermi.

Lo sbilico - Alcide Pierantozzi

Un romanzo intenso, sincero e personale, che descrive con lucidità e con una scrittura magnifica come una disabilità psichiatrica condizioni la quotidianità e distorca la realtà. Alcuni passaggi colpiscono per la forza emotiva, ma nel complesso la lettura è risultata impegnativa e a tratti noiosa.

R: Il racconto dell'ancella - Margaret Atwood

Una distopia intensa e spaventosa su una società totalitaria che annienta completamente i diritti delle donne. L’atmosfera è opprimente, il mondo costruito con cura ed i personaggi credibili e strutturati. Tuttavia, questo è per me l’unico caso in cui ho preferito la serie tv al libro.

Paprika - Yasutaka Tsutsui

Romanzo alla base dell'omonimo (ultimo, purtroppo) Capolavoro animato di Satoshi Kon.
Le differenze tra le due Opere sono più marcate rispetto alle somiglianze e, tra gli elementi che saltano all'occhio oltre alla trama (e a qualche cambiamento di personaggio, con due personaggi del Romanzo che Kon fonderà poi in quello del detective), non si può non citare (nel Libro) una componente sessuale ancor più marcata ed esplicita. In entrambe, però, si assiste a una crescente surrealistizzazione della narrazione, giustificata da una crescente commistione tra realtà e sogno, che sfocia nelle ultime pagine del Libro (come negli ultimi minuti del Film) in un delirio affascinante e gustoso.
Penso di preferire il Film, perché appartiene alla "mia" Arte e perché mi è parso meno sessista (almeno a questa prima lettura), ma sicuramente il Romanzo di Yasutaka merita di essere letto e, perché no, riletto.

La secondina - Nikos Davvetas

È un libro difficile da racchiudere in un unico genere. Si può definire una sorta di memoir perché nasce da una vicenda realmente vissuta dall'autore, ma allo stesso tempo assume la forma di un vero e proprio romanzo grazie alla scelta di una struttura narrativa estremamente originale. Più che raccontare l'Alzheimer, infatti, l'autore cerca di farlo vivere anche attraverso la forma del libro. La narrazione è frammentata, composta da capitoli molto brevi che si susseguono come lampi di memoria, ricordi improvvisi e associazioni di idee. Non segue un ordine cronologico lineare, ma il movimento irregolare della mente della madre. È come se il lettore entrasse direttamente nel suo flusso di coscienza: il passato riaffiora a scatti, alcuni episodi emergono con una lucidità sorprendente mentre altri scompaiono nel nulla. Ho trovato questa scelta estremamente efficace, perché la struttura del romanzo non è un semplice espediente stilistico, ma diventa la rappresentazione concreta della malattia. Forma e contenuto finiscono così per coincidere perfettamente.
Il libro racconta l'ultimo periodo di vita della madre dell'autore, morta a ottantanove anni dopo una lunga malattia di Alzheimer. Il fulcro del racconto è il progressivo deterioramento della memoria e il rapporto tra madre e figlio, segnato da una profonda inversione dei ruoli: la madre torna gradualmente a essere una bambina, mentre il figlio diventa colui che la accudisce. A questa si affianca un'altra, dolorosa inversione simbolica: la madre aveva trascorso la vita lavorando come secondina in carcere, mentre ora è il figlio a trasformarsi, suo malgrado, nel suo "carceriere", costretto a sorvegliarla e a impedirle di uscire di casa per proteggerla dai pericoli della malattia. La storia è raccontata quasi interamente in prima persona dal figlio, che ricostruisce dialoghi, episodi e gli ultimi momenti vissuti insieme alla madre. Solo in un breve passaggio la parola viene affidata direttamente a lei, scelta che rende quel momento ancora più intenso. Uno degli aspetti che mi ha colpito maggiormente è la capacità dell'autore di raccontare il decorso della malattia senza retorica. Descrive non solo il dolore di assistere alla perdita della memoria di una persona amata, ma anche la fatica concreta dell'assistenza quotidiana: il rifiuto delle cure, i gesti imprevedibili, il continuo timore che la madre possa mettersi in pericolo. Emblematica è l'immagine di lei che, convinta di dover ancora andare al lavoro in carcere, indossa il cappotto sopra la vestaglia e tenta di uscire di casa nel cuore della notte. La memoria, però, non svanisce semplicemente: riaffiora a ritroso. Dai ricordi della madre emergono episodi della sua vita come secondina, una professione mai amata e vissuta con vergogna, che anche il figlio aveva cercato di nascondere durante l'adolescenza. Affiorano anche frammenti della sua infanzia, segnata da un senso di soffocamento e dai libri, unico rifugio possibile. Colpisce inoltre scoprire che la madre non abbia mai letto nessuno dei libri scritti dal figlio: un dettaglio che racconta con delicatezza la complessità del loro rapporto. Attraverso questi ricordi il romanzo offre anche uno sguardo inedito sul carcere, mostrando come quella realtà fosse dura non solo per le detenute, ma anche per chi vi lavorava. I momenti felici sono pochi, mentre prevalgono scene di grande durezza, legate sia alla malattia sia alla vita carceraria. In alcuni passaggi emerge una tragicomicità che può ricordare il cinema di Charlie Chaplin: si sorride solo in apparenza, perché dietro ogni episodio resta sempre una profonda sofferenza. Dal punto di vista stilistico ho apprezzato moltissimo la scrittura dell'autore. Le immagini sono spesso affidate a metafore potenti che rendono il dolore quasi tangibile. Pur raccontando esperienze durissime, riesce a mantenere uno sguardo profondamente poetico, dimostrando una rara capacità di trovare bellezza anche nella sofferenza. Più di tutto, però, il libro mi è sembrato un atto d'amore. Attraverso la scrittura l'autore tenta di preservare il passaggio della madre nel mondo, di salvarne il ricordo prima che venga cancellato dalla malattia e dal tempo. Allo stesso tempo, la scrittura diventa uno strumento per elaborare il lutto e dare un senso al dolore vissuto. È una lettura intensa, drammatica e profondamente toccante. Non è un libro facile, ma è uno di quelli che lasciano un segno e continuano a riaffiorare nella memoria anche dopo aver voltato l'ultima pagina.

Le quattro ragazze Wieselberger

Nella prima parte del romanzo Fausta Cialente descrive la famiglia triestina della madre, una delle quattro sorelle Wieselberger, utilizzando la terza persona ed un linguaggio distaccato, talvolta sarcastico, probabilmente per mettere in evidenza che la storia raccontata è il riassunto di diversi punti di vista, di ritratti, di fotografie soggettivi e che quindi non le appartengono ma sono filtrati attraverso l’interpretazione di altri.
Nella seconda parte il romanzo cambia completamente registro, è scritto in prima persona, diventa intimo, personale: i personaggi risultano più umani, complessi e l’autrice li caratterizza attraverso avvenimenti e discorsi che sono stati anche i suoi. In quella che definisce la sua “addolorata fatica” ricostruisce il periodo compreso tra gli ultimi anni dell’Ottocento e la fine della Seconda Guerra mondiale: prima l’irridentismo, poi l’incapacità di capire che alcune scelte hanno come inevitabile conseguenza la guerra, poi il conflitto, i reduci, i caduti di cui oggi null’altro resta se un nome inciso su una stele commemorativa.
Della Grande Guerra l’autrice, allora ragazza, dice che “non si poteva eliminarla dai nostri pensieri, come un’ombra livida seduta al capezzale ci aspettava al risveglio…” E peggio ancora era pensare ai propri cari in guerra, così s’intuisce tra le righe, dato che stare nelle trincee o nelle postazioni di combattimento non significava solo oscillare tra la vita e la morte, tra l’essere colpiti o colpire, ma soprattutto essere privati della propria dignità: di fronte alla paura e alla solitudine ogni uomo rinuncia alla propria umanità, sacrifica intelligenza e talento per farsi anonimo baluardo di resistenza.
E poi dopo il primo conflitto il secondo, per molti versi ancora peggiore.
Un accorato ma lucido romanzo sul non-senso della guerra ma, soprattutto, sulla sua evitabilità che ci mette in guardia ancor oggi.

Tony Nessuno

È un romanzo ambientato in un circo, un microcosmo chiuso e autosufficiente che diventa lo sfondo di una sorta di favola nera, di cui viene anticipato l'epilogo dramnatico, legato ad un'antica leggenda, dove si intrecciano suggestioni fiabesche ispirate a Le Mille e una Notte e atmosfere più oscure, quasi disturbanti. Il racconto parte da una dimensione quasi onirica, ma progressivamente lascia emergere una realtà più cruda, in cui la magia si incrina e la finzione diventa sempre più evidente. La protagonista è una ragazza cresciuta interamente dentro questo universo circense, che conosce solo il tendone e le sue regole. Attraverso il racconto delle storie di Shahrazād trova un modo per esistere e definirsi, mentre attorno a lei si muove il bambino abbandonato nel circo: una figura enigmatica e spezzata, segnata fin dall’inizio dall’assenza di appartenenza. Il tema dell’abbandono è centrale e profondo: crescere senza essere riconosciuti significa attraversare l’infanzia con una mancanza originaria, e arrivare all’età adulta con un’identità fragile, incompleta, che si costruisce più per necessità che per scelta. Uno degli elementi più riusciti del romanzo è proprio il circo, descritto come una grande famiglia nomade, fatta di equilibri fragili, solidarietà necessarie e violenze sotterranee raccontate con uno stile diretto e asciutto. La violenza è infatti un altro tema portante e doloroso del libro, che si consuma nel silenzio e ha un impatto molto forte e crudo sul lettore. Il tema più potente del libro è però quello del rapporto tra verità e illusione. Per chi vive nel circo, esso rappresenta la realtà assoluta, l’unico mondo possibile, mentre tutto ciò che esiste fuori appare distante, quasi irreale, come se fosse meno autentico del tendone stesso. Il circo diventa così non solo un luogo fisico, ma una lente attraverso cui interpretare il mondo, dove ciò che è “vero” coincide con ciò che si conosce e si vive dall’interno. Tuttavia, il romanzo ribalta lentamente questa percezione: ciò che sembrava realtà si rivela costruzione, ruolo, rappresentazione, mentre il mondo esterno assume una consistenza più concreta, più stabile, più reale di quanto i personaggi fossero in grado di riconoscere. Lo stile dell’autore Andrés Montero è immediato e scorrevole, ma sa aprirsi a momenti più evocativi e quasi poetici, che danno profondità senza spezzare il ritmo della narrazione. Il libro colpisce proprio perché racconta due personaggi che non subiscono soltanto il loro ruolo, ma lo abitano fino in fondo: lo fanno proprio, quasi lo scelgono, perché in assenza di un’identità definita è l’unico modo possibile per esistere. Ho amato questo libro, che ho trovato geniale. Questo è il secondo libro che leggo dell'autore, che entra di diritto tra i miei preferiti.

L'addio al nubilato - Camilla Sten

È un thriller nordico che, soprattutto nella parte finale, assume anche i toni dell'horror psicologico. Devo ammettere, però, che la lettura non mi ha particolarmente convinta e che si tratta di un libro che difficilmente rileggerei o consiglierei. Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è sicuramente la sua struttura narrativa. La storia si sviluppa attraverso due filoni temporali distinti, separati da circa dieci anni, che si intrecciano progressivamente fino a rivelare il legame che li unisce. Da un lato troviamo il gruppo di ragazze protagoniste dell'addio al nubilato nel presente, la cui vicenda è raccontata in prima persona; dall'altro, la storia di un gruppo di giovani donne scomparse nel passato, narrata invece in terza persona. Il prologo anticipa già il tragico epilogo della vicenda passata e, attraverso continui ritorni temporali, conduce il lettore alla scoperta delle origini di quella tragedia. La costruzione narrativa è quindi ben articolata e rappresenta senza dubbio uno dei punti di forza del romanzo. La narrazione è caratterizzata da capitoli brevi e da numerosi dialoghi, elementi che rendono la lettura piuttosto scorrevole. Tuttavia, ho avuto spesso la sensazione che il racconto si dilungasse eccessivamente sugli aspetti personali e relazionali delle protagoniste. Gran parte del romanzo si concentra infatti sulle dinamiche di amicizia tra le ragazze, sulle loro confidenze e sulle rispettive relazioni sentimentali, con il risultato che per molte pagine l'intreccio sembra procedere molto lentamente e senza eventi particolarmente significativi. L'atmosfera di mistero, comunque, non manca: il lettore è costantemente portato a interrogarsi sia sull'identità dell'assassino responsabile della morte delle ragazze del passato, sia sui segreti nascosti dalle protagoniste del presente. A questi due filoni si aggiunge inoltre un ulteriore livello narrativo legato alla figura di Tessa, la protagonista del gruppo contemporaneo, contribuendo a rendere la struttura ancora più complessa. L'aspetto che ho apprezzato meno riguarda però il ritmo complessivo del romanzo. Dopo una lunga fase introduttiva e di sviluppo psicologico dei personaggi, l'azione si concentra quasi esclusivamente nei capitoli finali, dove si susseguono numerosi omicidi e scene particolarmente violente e macabre. Questo improvviso aumento di tensione e brutalità mi è sembrato eccessivo e, per certi aspetti, anche piuttosto raccapricciante.
Anche il finale mi ha lasciata perplessa: dopo la sequenza di eventi tragici e sanguinosi, l'epilogo propone una sorta di lieto fine che, a mio avviso, risulta poco convincente e non pienamente coerente con il tono della storia.
Nel complesso, pur riconoscendo la buona costruzione narrativa e la capacità dell'autrice di creare suspense, non è stato un romanzo che sono riuscita ad apprezzare pienamente, soprattutto a causa del ritmo troppo dispersivo e dell'eccessiva violenza concentrata nella parte conclusiva.

Fiore di fulmine - Vanessa Roggeri

È un romanzo di narrativa contemporanea che intreccia realismo magico, dramma, mistero e folklore sardo. Più che un romanzo storico in senso stretto, si presenta come un'opera profondamente radicata nella tradizione e nell'immaginario della Sardegna, che diventano parte essenziale della narrazione. Fin dalle prime pagine, il romanzo si dimostra coinvolgente ed accattivante. Seguiamo Nora dalle sue umili origini familiari fino alle conseguenze del dono ricevuto dopo l'incidente che le cambia la vita. Uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente è il percorso interiore della protagonista: ciò che inizialmente vive come una maledizione si trasforma gradualmente in un dono, capace di darle un nuovo senso e di aiutare anche gli altri. Particolarmente affascinante è la presenza della figura della bidemortos, appartenente alla tradizione popolare sarda: una donna dotata della capacità di vedere o percepire i defunti, sospesa tra sacralità, timore e mistero. Questo elemento folkloristico contribuisce a creare un'atmosfera suggestiva e profondamente legata alla cultura dell'isola. Interessante è anche il riferimento ai nargius, i nevieri, figure storicamente esistite che si occupavano della raccolta e della conservazione della neve prima dell'avvento della refrigerazione moderna. Anche questo dettaglio arricchisce l'ambientazione e ne rafforza l'autenticità. La trama è costruita con grande cura e riesce a mantenere viva la curiosità del lettore. Le atmosfere cupe, le scene notturne e le luci soffuse conferiscono al romanzo sfumature quasi gotiche, rendendo ancora più affascinante il mistero che accompagna la vicenda. L'autrice dimostra grande abilità nel tenere alta l'attenzione: pagina dopo pagina cresce il desiderio di scoprire quale sarà l'evoluzione della storia. L'ambientazione è ben costruita, i personaggi sono caratterizzati con efficacia e la narrazione non risulta mai artificiosa, permettendo al lettore di immergersi completamente nella storia. Un altro aspetto che ho particolarmente apprezzato è l'analisi psicologica della protagonista, che rappresenta la voce narrante predominante del romanzo. Il suo senso di solitudine, la convinzione di non essere accettata e la vergogna per la menomazione fisica causata dal fulmine vengono raccontati con sensibilità. Proprio per questo risulta ancora più significativo il percorso che la porta a trovare accoglienza, affetto e una nuova famiglia nelle persone che inizialmente le erano estranee. Pur essendo, in alcuni momenti, intuibili alcuni sviluppi della trama o l'identità di determinati personaggi, questo non compromette affatto il piacere della lettura. La forza del romanzo risiede infatti soprattutto nell'atmosfera, nella caratterizzazione dei personaggi e nel percorso emotivo della protagonista. La scrittura dell'autrice è semplice, chiara e coinvolgente: scorre con naturalezza e riesce a mantenere vivo l'interesse fino all'ultima pagina. È un romanzo che consiglio con piacere a chi ama le storie in cui mistero, folklore e crescita personale si intrecciano, ricordandoci che, a volte, ciò che crediamo essere la nostra più grande maledizione può rivelarsi il nostro dono più prezioso. Perché, a volte, è proprio attraversando l'oscurità che si impara finalmente a riconoscere la propria luce.

Lettera al mio giudice - Georges Simenon

Una lunga confessione per indagare l'animo di un assassino e ripercorre gli eventi e le emozioni che lo hanno condotto al delitto. Una storia di ossessione e violenza, e di necessità di essere compresi. Un racconto inquietante ma forse troppo crudele.

La gang dei sogni - Luca Di Fulvio

Una storia d'amore e di gangster, di amicizia e di povertà, di speranza e di riscatto sociale, in cerca del grande sogno americano nella New York degli immigrati dei primi del Novecento. Una storia appassionata capace di emozionare, popolata di personaggi intensi e memorabili. Solo alcuni passaggi risultano eccessivamente romanzati e melodrammatici, sfiorando talvolta i toni della fiaba moderna.

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Problemi password

Il mio compagno ha problemi con la password: ha sempre inserito quella data dalla biblioteca ma da un giorno all'altro il sistema non gli permette più l'accesso. In biblioteca gli hanno detto che non possono cambiare la password. Come si può risolvere il problema?

Biblioteca non disponibile per il ritiro

Buongiorno, come spesso faccio, sto cercando di prenotare dei libri per poterli ritirare nella biblioteca di Cisano b.sco ma mi dice che non è disponibile... c'è un motivo particolare? grazie mille

Impossibilità di prenotazione

Accedendo al portale con le credenziali e digitando un qualsiasi testo nel campo ricerca, nei risultati non riesco a prenotare per il messaggio “ utente non abilitato alla prenotazione”. Motivo? Soluzione? Grazie a chi risponderà.

Re: RINNOVO PRESTITO LIBRO DA RBBG

Ciao, puoi rinnovare il prestito quando sta per scadere, cosa che hai fatto ieri. Il prossimo rinnovo potrai farlo, se il libro non sarà stato prenotato da un altro utente, verso il 21-7. Si proroga solo un mese per volta da RBBG. Puoi rinnovare un prestito per 3 volte.

RINNOVO PRESTITO LIBRO DA RBBG

Buongiorno,da RBBG ho provato a rinnovare il prestito di un libro scintilla di vita del Dr.Guido Cimurro ma mi dice che il libro è già stato rinnovato 1 volta e non si può più rinnovare...
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quanti rinnovi si possono fare dei libri in prestito su RBBG?

Primo libro per mia figlia

Buonasera,
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