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Miolano : Mondadori, 2012
Abstract: Nel 2008, a sessantun anni, Lucile si toglie la vita. A scoprirla è sua figlia Delphine, l'autrice di questo libro. Un mattino di gennaio è entrata nel suo appartamento e l'ha trovata così, distesa sul letto, senza vita. Perché? Non è una domanda a cui si possa dare risposta, e Delphine de Vigan, già affermata scrittrice, per molto tempo resiste all'idea di dedicarle un libro. Ma c'è una luce segreta venuta dal nero a sedurla e a farle riprendere la penna in mano. Con la certezza che la scrittura non può nulla. Tutt'al più permette di porre le domande e interrogare la memoria. Lucile era una donna bellissima, ammirata e desiderata, che portava in sé da sempre una ferita profonda. Il suo dolore ha fatto parte della nostra infanzia e, più tardi, della nostra vita adulta, il dolore di Lucile fa indubbiamente parte del nostro essere, mio e di mia sorella. Eppure, ogni tentativo di spiegazione è votato alla sconfitta. Ma questa morte esige almeno di avvicinarlo, quel dolore, di esplorarne i contorni, i recessi segreti, l'ombra che proietta. E dunque per combattere il potere distruttivo del silenzio che Delphine inizia a scavare nella memoria familiare, a partire dai nonni un po' bohème e anticonformisti e dai loro nove figli, per ricomporre il quadro di una famiglia che ha suscitato lungo tutta la sua storia numerosi commenti e ha proiettato intorno a sé un'inconsueta fascinazione. Una famiglia allegra e devastata in cui la tragedia si è insinuata presto e si è riprodotta con inusitata acrimonia.
24 aprile 2026 alle 14:23
Il coraggio di guardare nel buio
Ci sono libri che non si leggono soltanto: si attraversano. E questo è uno di questi. Mi ha accompagnata per giorni, con quella sua malinconia sottile che resta anche quando chiudi l’ultima pagina. È un libro che non consola, ma accarezza le ferite con una verità che fa bene e male allo stesso tempo.
Delphine racconta la storia di sua madre Lucile, morta suicida, e nel farlo affronta il labirinto della memoria, i silenzi di famiglia, la follia che si insinua tra le pieghe dell’amore. Non è solo un romanzo, è una ricerca: di senso, di perdono, di luce. Leggendolo ho avuto la sensazione di spiare dentro una casa che è insieme la sua e la mia ,con i suoi corridoi bui, le stanze chiuse, i ricordi che si accendono come fiammiferi.
La scrittura è limpida, mai teatrale, e proprio per questo ancora più dolorosa. De Vigan non abbellisce nulla: ci porta dentro la fragilità della madre, ma anche dentro la sua bellezza, quella di una donna capace di incantare e distruggersi allo stesso tempo. In certi passaggi ho dovuto fermarmi, respirare. Perché la verità, quando è detta così, ti mette a nudo anche se non sei tu la protagonista.
Il titolo, preso da una canzone dei Noir Désir, mi sembra perfetto: come a dire che la notte arriva comunque ,ma dentro quella notte può nascere una forma di pace, o almeno di comprensione.
Ho chiuso il libro con un senso di gratitudine e malinconia. Gratitudine per la sincerità con cui l’autrice ha condiviso la propria oscurità; malinconia perché certi dolori non si risolvono, si imparano.
Se amate i libri che scavano, che non hanno paura di mostrare il fragile equilibrio tra amore e follia, questo è un viaggio che vale la pena fare. Ma con delicatezza, e magari un po’ di luce accesa accanto.
✨E voi?
Avete mai letto un libro che vi ha costretto a guardare dentro zone di voi stessi che preferivate tenere al buio?
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