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La mossa del cavallo
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Camilleri, Andrea

La mossa del cavallo

Palermo : Sellerio, 2017

Abstract: Il romanzo (pubblicato la prima volta da Rizzoli, nel 1999) è una combinazione di mosse ingegnose: una macchina scenografica a scacchiera. I suoi pazi mobili sono resi illusori dal tatticismo dei giocatori. Tutto succede, in questo «teatro» di manovre ingannatrici, senza che nulla appaia accadervi. Il macchinismo è in obbligo ora con la falsità, ora con gli sghembi della ragione. Il traffico delle apparenze è gestito, in tutti i casi, dalla contraffazione: canagliesca da una parte; dettata dalla disperata lucidità della ragione dall’altra. La partita è truccata. La verità è uno «scavalcamento», uno scacco matto che scombina. Sfugge sempre dietro l’angolo però. Ed è della stessa materia di cui sono fatti i sogni. La mossa del cavallo è un giallo in forma di «farsa tragica» (irresistibile con i suoi crescendi rossiniani); e in posa di romanzo storico accreditato dal saggio Politica e mafia in Sicilia (1876) di Leopoldo Franchetti. La vicenda si svolge, tra Montelusa e Vigàta, nell’autunno del 1877: ai tempi della Sinistra storica al governo, e dei malumori contro il mantenimento dell’odiosa tassa sul macinato. Un intero Libro delle mirabili difformità, prossimo al Bestiario, si è riversato in quel circo che è la provincia nella quale è stato precipitato, come dentro una ragnatela, l’ispettore capo ai mulini Giovanni Bovara: un ragioniere a cavallo, succeduto nell’impiego ai colleghi Tuttobene (dato in pasto ai pesci) e a Bendicò (abbandonato ai cani, come suggeriva il nome di familiarità gattopardesca). C’è una Gazza ladra, vedova allegra con tanto di tariffario; e c’è un Sorcio cieco (l’intendente di Finanza), che tutti chiamano scarafaggio «merdarolo» perché uso ad appallottolare e «interrare» le mazzette riscosse. Segue un prete sciupa femmine e strozzino, che il cugino vede come un «bùmmolo» con i manici ad ansa, riplasmato sul modello della donna pentolaccia di manzoniana memoria. Non mancano gli «armàli» velenosi (l’avvocato Fasùlo e La Mantìa, vice del delegato Spampinato) che illecitamente hanno fatto «tana» delle carte più compromettenti dell’Intendenza. Nani, anche «a forma di botte», spilungoni, strabici e scimmieschi, errori di natura sempre, sono i corrotti sottoispettori scelti e pagati per non vedere i mulini clandestini degli evasori. Regista, in ombra, delle trame (delittuose e politiche) del circo è il capomafia don Cocò Afflitto: il proprietario dei mulini e dei giornali locali. Per neutralizzare le denunce di corruzione del Bovara vengono predisposte varie messinscene. L’ispettore deve scansare una trappola. Ma non ha punti di presa. Fino a quando non si scommette nel «gioco» con gli avversari, ricorrendo alla loro stessa arte. Nato a Vigàta e cresciuto a Genova, l’ispettore si riappropria del dialetto d’origine; e, da dentro la ritrovata dimora linguistica e antropologica, arma la controbeffa.

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Libro impegnativo, ma "illuminante"; lettura particolarmente apprezzata in occasione della ricorrenza della strage di Capaci.

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